Carcere – Da Tolmezzo a Trieste le celle “scoppiano”

 

IL PICCOLO (Trieste) 21/11/2016 – Da Tolmezzo a Trieste le celle “scoppiano”

di Lillo Montalto Monella

TRIESTE «Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni». Quando si parla di (svilenti) condizioni detentive, si tende sempre a citare Fedor Dostoevskij. O Brecht, o ancora Voltaire. Il concetto però è chiaro. Per verificare il grado di civiltà della regione Friuli Venezia Giulia è necessario anche valutare lo stato di salute delle sue carceri. Parliamo nello specifico di cinque istituti: Gorizia, Pordenone, Trieste, Tolmezzo e Udine. Ebbene, a voler incrociare i numeri diffusi da associazione Antigone, dal dossier “Dentro o fuori” di OpenPolis e dal Sindacato autonomo Polizia penitenziaria, si evince che le nostre prigioni non sono tra le più sovraffollate d’Italia (Brescia, Como e Lodi guidano la classifica), ma non se la passano benissimo. La regione potrebbe accogliere infatti un massimo di 476 detenuti, ma al momento ne sono presenti 619, con un tasso di affollamento del 130%. Una percentuale, questa, più alta rispetto a quella nazionale, che grazie alle riforme degli ultimi anni è scesa dal 151% del 2010 al 108%.

Nei cinque penitenziari regionali, il Garante per le persone private della libertà rileva il sovraffollamento e le condizioni della sezione per detenuti omosessuali a Gorizia, aperta ad agosto, come le principali criticità da affrontare. «Lì ci sono tre detenuti che devono rimanere chiusi senza sorveglianza perché non ci sono guardie. Il loro numero fa sì che non possano accedere ad alcun corso (il minimo richiesto è di cinque persone) e siano costretti di fatto a passare le giornate isolati», denuncia il Garante Pino Roveredo. Tradizionalmente il nostro sistema carcerario presenta come caratteristiche: un’elevato tasso di persone in custodia cautelare, una preponderanza di detenuti condannati a pene brevi rispetto alla media nazionale e un’alta percentuale di stranieri, commenta Alessio Scandurra dell’associazione Antigone. A Trieste addirittura i detenuti stranieri (102) sono più della metà di quelli totali (195). Secondo l’ultima rilevazione del 31 agosto, quando dietro le sbarre regionali si contavano 143 persone in più rispetto al previsto, ben 161 erano i carcerati ancora in attesa di primo giudizio. «Gli istituti con caratteristiche simili a quelli del Fvg sono i più difficili da gestire.

C’è più turnover dei detenuti e questo crea un grande carico di lavoro. Non solo in termini di immatricolazioni, colloqui di primo ingresso e burocrazia annessa, ma anche a livello umano in quanto il momento più difficile di tutta la detenzione è quello iniziale», fa notare Scandurra. Se carceri ad alta volatilità come quelle nostrane sono dunque le più complesse da trattare, la situazione è resa ancor più complicata dall’endemica mancanza di personale tra gli agenti di polizia penitenziaria, i cui ranghi sono ridotti all’osso. La pianta organica prevista sarebbe di 598 unità, stima il periodico mensile del Sappe, Polizia Penitenziaria, ma al momento se ne contano in servizio solamente 497. A Gorizia, per sopperire alle mancanze di organico, i turni sfiorano le 16 ore consecutive. «L’Italia, tuttavia, è tra i Paesi con il più basso numero di detenuti per agenti in Europa – aggiunge Scandurra di Antigone -.

Siamo una nazione ricca di divise ma povera di altri tipi di figure». Nel sistema penitenziario italiano, infatti, il 90.1% dei dipendenti sono poliziotti, con un rapporto di 1,5 agenti/detenuto. In Spagna, Paese dalla popolazione incarcerata simile, i poliziotti sono la metà, con un rapporto agenti/detenuto di 3.6. In Inghilterra e Galles oltre il 30% del personale è composto da professionisti senza distintivo. «Un’erogazione migliore dei servizi ad altre figure professionali potrebbe rendere il meccanismo più efficiente – conclude Scandurra -. La nostra modalità detentiva priva i detenuti di ogni autonomia e comporta un’elevata necessità di personale». Già, perché il problema non si risolve solo con l’assunzione di più agenti, anche per ovviare al tremendo stress psicologico che ha comportato l’aumento dei suicidi di agenti penitenziari in Italia. In regione ci sono appena sei magistrati di sorveglianza a gestire le pratiche che consentirebbero di alleggerire il sovraffollamento, mancano psicologi ed assistenti sociali. Profili, questi, che consentirebbero di abbattere il tasso di recidiva di ex detenuti una volta in libertà, che al momento veleggia oltre il 70% .

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