Walter Mendizza – Perché non demonizzo l’elettroshock

 

Avevo iniziato l’anno regalando un neologismo: “psicolatria”. Poi ho continuato con altri scritti a spiegare il clima dottrinario e intransigente nel quale prese il via una grande ipnosi collettiva che sfociò nel negazionismo demagogico della malattia mentale e poi ancora ho cercato di illustrare come la c.d. legge Basaglia non abbia fatto altro che sgravare di responsabilità giuridica l’intero sistema della malattia mentale utilizzando lo stratagemma della negazione della malattia. Una funesta prospettiva ideologica che generò una distorsione tra chi doveva farsi carico dei malati e chi invece affascinava demagogicamente la nostra società buonista e ipocrita che voleva solo sbarazzarsi del problema.

La retorica basagliana punta al potere di fatto e non di diritto e si attua con un accurato “modello sociale”, nel quale la cura medica diventa integrazione sociale e il trattamento individuale forma l’azione sociale mentre l’intervento sulla persona si traduce in modificazione dell’ambiente. Tutto questo per far sì che alla fine il malato sia solo un disturbato che non deve essere curato ma “riabilitato”. Geniale. Con l’abrogazione degli artt. 714, 715, 717 del codice penale che punivano l’omessa custodia e denuncia dei malati di mente, avvenne la deresponsabilizzazione che liberò completamente non il malato ma lo psichiatra. In pratica si transitò dalla cura medica al trattamento sociale tramite la cronicizzazione dei malati.

E con il modello sociale nascente si passò al trattamento di massa dei malati alla stessa stregua di un pastore con il suo gregge. Il modello di business ha funzionato talmente bene che si è ritenuto opportuno incrementarlo, ed ecco apparire all’orizzonte assieme ai malati veri, anche quelli border-line, quelli con qualche disturbo della personalità, i vecchi con l’Alzheimer, ecc. Purtroppo in questo contesto di buonismo oscurantista succede che alle volte anche i pesci dormono; cioè anche noi radicali, che siamo avvezzi ad avere gli occhi aperti, siamo stati “beccati” a far riposare l’encefalo sotto le ombre sicure dei luoghi comuni. Proprio da noi purtroppo è venuta fuori una sesquipedale scemenza retorica: dire no all’elettroshock. Mi rendo conto che è difficile sfuggire alle evocazioni del cinema (ad esempio le suggestioni emotive delle immagini commoventi di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”), però così come non ci si può fare una opinione sul trapianto di organi evocando i film di Frankestein, non possiamo “cadere” sulla fama negativa dell’elettroshock a causa della presentazione che ne è stata fatta a volte in letteratura e cinematografia.

L’elettroshock (il cui acronimo TEC proviene da Terapia Elettro-Convulsivante) è la più controversa delle terapie psichiatriche ed è una tecnica terapeutica basata sull’induzione di convulsioni nel paziente grazie al passaggio di una corrente elettrica attraverso il cervello. La terapia fu sviluppata e introdotta negli anni trenta dai neurologi italiani Ugo Cerletti e Lucio Bini, il fondamento medico della terapia sta nella constatazione (che risale ai tempi di Ippocrate) che una convulsione di tipo epilettico ha effetti positivi sulla depressione. In effetti nessuna pratica medica avrebbe potuto resistere per così tanto tempo (nonostante l’abuso e la pratica aggressiva che se ne è fatta) se non ci fosse stata una base scientifica e soprattutto l’evidenza di una infinità di pazienti che nel corso degli anni hanno presentato oggettivi miglioramenti in seguito al trattamento.

E’ vero che l’idea di utilizzare la TEC su pazienti neuropsichiatrici venne a Cerletti dopo aver osservato alcuni maiali che venivano anestetizzati con una scarica elettrica prima di essere condotti al macello, però non si può criticare una tecnica per siffatto motivo. Del resto, in quel periodo si ottenevano risultati (considerati buoni) con il pentetrazolo (un farmaco convulsivante) che poi è stato ritirato dal commercio. Quando nel 1935 il prof. Ladislas Meduna pubblicò un articolo su questo farmaco, dei 26 pazienti presi in considerazione, 10 erano considerati come sensibilmente migliorati laddove tre mostravano solo una temporanea diminuzione dei sintomi psicotici, e nella metà di essi non era stato riscontrato alcun cambiamento (v. Edward Shorter e David Healy, Shock therapy, a history of electroconvulsive treatment in mental illness, Rutgers University Press, 2007, pag. 28). Quindi il miglior farmaco dell’epoca era dannoso e per metà non risolveva alcunché. La TEC era molto più promettente.

Dunque bando all’immaginazione, non ci sono sedie elettriche né legacci di cuoio e neppure dosi elevate di elettricità somministrate a caso o con imperizia in modo sconsiderato. Oggi l’intervento viene eseguito con macchine computerizzate e programmate, personalizzate sul paziente, in anestesia generale e quindi con l’obbligatoria presenza di un anestesista oltre che di uno psichiatra. E’ anche obbligatorio il consenso del paziente o di chi ne fa le veci, che a termini di legge deve essere pienamente informato sul funzionamento della terapia e sui suoi effetti collaterali.

Al paziente vengono applicate due piastrine metalliche all’esterno dell’emisfero non dominante del cervello (il destro, nella maggior parte dei casi) allo scopo di riattivare i neurotrasmettitori, rialzando in particolare la noradrenalina, carente nei soggetti depressi. La corrente che viene fatta passare è corrente continua e ha un’intensità di circa 0.9 Ampere, l’energia è di circa 24 joules e il voltaggio utilizzato è circa un centinaio di volts. La scossa dura circa 0.14 secondi, e la convulsione che ne segue va da 10 a 40 secondi. La seduta viene ripetuta due o tre volte a settimana per circa un mese, a seconda dei casi.

Chi ritiene la TEC una pratica barbara deve necessariamente considerare con favore l’intervento farmacologico che, in dosi corrispondenti per ottenere gli stessi risultati, sarebbe pericolosamente tossico. Allora, perché opporsi con tanto accanimento a una semplice scossa rivivificante? Si tratta di una procedura da usare solo ed esclusivamente in casi di emergenza. Addirittura nel 1985, i National Institutes of Health americani hanno emesso una sentenza favorevole alla sua applicazione dicendo che nessuno studio ha rilevato un’altra forma di terapia che si dimostri superiore alla TEC per la cura a breve termine delle depressioni gravi. Si tratta dell’unica terapia possibile per i soggetti in condizioni acute, con evidenti intenzioni suicide (la psicoterapia sarebbe troppo lenta), o in stato catatonico oppure che non rispondono alle cure farmacologiche. L’elettroshock permetterebbe dunque di recuperare un paziente a rischio di vita (oppure troppo anziano o debilitato per assumere farmaci) che potrà poi essere curato con antidepressivi e/o psicoterapia.

Gli eventuali errori commessi nel passato non possono essere utilizzati come argomenti contro la TEC, quindi, cari compagni, non facciamo facile demagogia con slogan demenziali solo perché abbiamo visto dei film dove qualche psichiatra senza scrupoli lega il malcapitato ad una sorta di sedia elettrica. Se ci caschiamo anche noi allora stiamo freschi, ché le cose non stanno affatto così. Queste sono le immagini che vuol far passare la retorica basagliana per promuovere la cronicizzazione dei malati sulla quale ci campa mezzo mondo e in particolare loro, psicolatri khomeinisti, che continuano per convenienza, come 40 anni fa, a criticare la feroce crudeltà manicomiale e il segregazionismo psichiatrico. E quando si troverà un’alternativa efficiente ed efficace alla TEC sarò il primo a volerla mandare in soffitta; nel mentre il Diogene psichiatra si aggira ancora con la lanterna.

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