Referendum: Siamo sicuri che astenersi è antiradicale?

 

Di Walter Mendizza – Da più parti in casa radicale ci viene detto e ripetuto quanto sia importante andare a votare. E’ vero. Per noi Radicali il valore del referendum è sacro prima, durante e dopo: a priori (quando abbiamo denunciato le troppe bocciature assai discrezionali della Corte anti-Costituzionale), sia durante (nell’andare a votare per esercitare la democrazia diretta), sia dopo, nel rispetto della volontà popolare (la quale sappiamo peraltro che è stata più volte tradita dagli stessi parlamentari che dovrebbero essere vincolati al rispetto della volontà popolare della quale sono i rappresentanti). Tutti sappiamo quante volte i Radicali siano stati vittime della politica del “tutti al mare” o del “ghe pensi mi” dato che, se potesse, il governo fisserebbe i referendum in agosto. E’ chiaro che il vero obbrobrio di tutto il sistema referendario è il quorum giacché si fa decidere un risultato proprio a chi più è ignavo e apatico. Negli ultimi tre lustri sono stati gli indolenti a vincere, non coloro che si sono battuti per raccogliere le firme, convincere i cittadini e poi organizzare il tutto. Anzi, più questo sparuto gruppo di “militonti” si è fatto il mazzo lavorando, più è deludente il risultato quando non viene raggiunto il quorum. Il circolo vizioso è servito: più è deludente il risultato, più ti brucia aver lavorato per niente e più ti vien voglia di mandare tutto al diavolo. Una forma sottile di disincentivare l’esercizio della sovranità popolare.

Ad ogni modo per evitare che si pensi che sotto sotto ci possa essere il desiderio di far “saltare il banco” dopo 15 anni di referendum frustrati, provo ad argomentare perché a mio avviso sarebbe meglio non andare a votare. Anzi, proprio perché a chi scrive sta molto a cuore l’ormai agonizzante strumento referendario, sento che questo potrebbe essere il momento per praticargli una definitiva eutanasia in modo che un domani si possa piuttosto fare con l’unità delle forze laiche una vera battaglia per il quorum che obbligherebbe tutti ad una crescita democratica e soprattutto a quelli che sono contrari a non celarsi vigliaccamente dietro il non voto.

Il primo quesito (Scheda di colore rosso) riguarda le ”modalità e gestione dei servizi pubblici locali di rilevanza economica”. Il testo prevede ”l’abrogazione di norme che attualmente consentono di affidare la gestione dei servizi pubblici locali a operatori economici privati”. E’ stato genialmente battezzato da certi ambientalisti fondamentalisti del pensiero unico, “privatizzazione dell’acqua”; tre paroline che entrano nel subconscio delle masse e che creano istintivamente un rifiuto: come si può privatizzare l’acqua? Invece non c’entra nulla. I cittadini credono di votare contro la “privatizzazione dell’acqua”, contro la “mercificazione dell’acqua”. Nel mirino una recente legge chiamata Fitto-Ronchi. In realtà tale legge dichiara che tutti gli impianti per l’estrazione, filtraggio, trasporto, risollevamento, clorazione, distribuzione e misura finale del consumo dell’acqua sono pubblici, e restano pubblici. Quanto alla vendita dell’acqua come merce, quella esisteva già, ben prima della legge Fitto-Ronchi. L’acqua oggi viene venduta da SpA di diritto privato, a controllo pubblico, con eventuale partecipazione privata. E in qualche caso, se non erro, viene venduta anche da SpA a controllo privato. E in tutto ciò la legge Fitto-Ronchi non c’entra. E allora cos’è che si vuole abrogare? Contro cosa dovremmo votare? La legge Fitto-Ronchi prevede che il proprietario degli impianti (che deve essere rigorosamente pubblico) debba, a scadenza della concessione, mettere a gara la gestione degli impianti.

E che a tale gara possano partecipare aziende pubbliche, private o miste. Dunque chi vota SI, vota contro la regolare gara d’appalto pubblica. Votando SI, si dà la possibilità ai politici di assegnare la concessione a chi vogliono loro (pubblico, privato o misto), senza alcuna gara. Un regalo straordinario alla partitocrazia. Inoltre la legge Fitto-Ronchi prevede che, se proprio il potere pubblico non fa la gara, allora debba assegnare l’appalto a un’azienda che abbia almeno un socio di minoranza privato. Anche questo requisito minimo verrebbe abrogato votando SI. A prescindere dal merito della questione, il problema è che le persone credono di votare SI contro la privatizzazione dell’acqua, invece votano altro. In queste condizioni, a mio avviso si deve auspicare che il quorum non venga raggiunto.

Il secondo quesito (Scheda di colore giallo) si riferisce alla ”determinazione della tariffa del servizio idrico integrato in base all’adeguata remunerazione del capitale investito”. Il quesito propone ”l’abrogazione delle norme che stabiliscono la determinazione della tariffa per l’erogazione dell’acqua, il cui importo prevede attualmente anche la remunerazione del capitale investito dal gestore”. Questo referendum lo si confonde con il primo e addirittura gli si dà lo stesso nome: quello di privatizzazione dell’acqua, segnale inquietante di mancanza di immaginazione degli ambientalisti fondamentalisti, ma anche ci dà la cifra di quanto sia stato geniale il nome scelto perché chiude ogni riferimento all’uso dei neuroni. Il referendum riguarda in realtà il metodo di calcolo della tariffa idrica. Va sottolineato anche che la tariffa idrica viene stabilita dal potere pubblico, sempre e comunque, a prescindere che il gestore della concessione sia pubblico, privato o misto. A dimostrazione di questo fatto, proprio di recente il potere pubblico ha fissato, qui in alcune zone del Friuli Venezia Giulia, un enorme aumento dei costi idrici per i cittadini e l’ha fatto in maniera del tutto insensata aumentando di molto le quote fisse (quelle che vengono pagate per il mero allacciamento) a prescindere dal consumo. In tal modo si penalizzano coloro che fanno un uso corretto dell’acqua e si favoriscono quelli che la sprecano. La legge Fitto-Ronchi prevede che nel calcolo della tariffa si tenga conto anche degli investimenti fatti per la manutenzione degli impianti, che sono in moltissimi casi in condizioni pietose. Con enormi perdite d’acqua e dunque enormi sprechi di denaro pubblico e di energia elettrica. Chi vota SI, impedisce che nel calcolo della tariffa si tenga conto anche degli investimenti fatti per la manutenzione degli impianti. E naturalmente lo fa a sua insaputa, credendo invece di votare contro una presunta “privatizzazione dell’acqua”. Che dire, in queste terribili condizioni di disinformazione, non si può far altro che auspicare il non raggiungimento del quorum.

Il terzo quesito (Scheda di colore grigio) riguarda ”l’abrogazione dei commi 1 e 8 dell’articolo 5 del dl 31 marzo 2011 n.34, convertito con modificazioni dalla legge 26 maggio 2011, n.75”. Il quesito propone ”l’abrogazione delle nuove norme che consentono la produzione nel territorio nazionale di energia elettrica nucleare”. E’ quello che ha scatenato di più le tifoserie da curva sud. Ho già indicato in uno scritto precedente che tale referendum in realtà sarebbe superato se solo si riconoscesse che abbiamo dimostrato e messo a punto la Fusione Fredda. Tuttavia nessuno (governo, opposizione, giornali, riviste, tv, radio) ne vuole prendere atto. E’ come se ci fosse la stessa “maledizione” che ci fu per il telefono, inventato da Antonio Meucci, ma poi brevettato e commercializzato da Graham Bell. Una iattura per i nostri scienziati. In attesa di conoscere che paese si approprierà della “nostra” Fusione Fredda, questo referendum continua a essere intitolato “nucleare”, come se davvero riguardasse il nucleare. In realtà la legge soggetta a abrogazione non cita più la parola nucleare. Di fatto verrebbero abrogate due norme abbastanza banali: una riguarda accordi europei sulla sicurezza dell’energia, e l’altra, quella più rilevante, riguarda il compito del Governo (di qualunque Governo), di fare un piano energetico nazionale (qualunque tipo di piano, di qualunque tipo di energia). Se vince il SI, il Governo non ha più questo compito. Una vera manna per i politici, che molto spesso non hanno il coraggio di pronunciarsi su temi delicati, per ovvie ragioni demagogiche. Dato che il nucleare c’entra ben poco, a mio avviso sarebbe meglio che vincesse il NO, tuttavia qui il problema è un altro: la gente andrà a votare SI credendo così di opporsi al nucleare, ma come abbiamo visto il nucleare non c’entra più. Siccome a causa della disinformazione la gente crede di votare contro il nucleare (il 90% dei cittadini sono contrari e la percentuale sale probabilmente al 99,9%, se si chiede di fare le centrali nella loro Regione) sarà assolutamente impossibile che vinca il NO. Anche in questo caso tocca sperare che non venga raggiunto il quorum.

Quarto e ultimo quesito (Scheda di colore verde) riguarda ”l’Abrogazione di norme della legge 7 aprile 2010, n. 51, in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale”. Il testo propone ”l’abrogazione di norme in materia di legittimo impedimento del Presidente del Consiglio dei Ministri e dei Ministri a comparire in udienza penale, quale risultante a seguito della sentenza n. 23 del 2011 della Corte Costituzionale”. Questo referendum è chiamato “legittimo impedimento”.

La legge prevedeva che una persona che ricopriva un’alta carica dello Stato potesse esimersi dal presenziare a eventuali udienze processuali a suo carico, qualora ci fossero degli impegni concomitanti legati alla sua carica. Tale legge però è stata bocciata dalla Corte Costituzionale. Dunque ora la legge è diversa. Prevede soltanto che una persona che ricopre un’alta carica dello Stato possa chiedere al giudice il permesso di esimersi dal presenziare a eventuali udienze processuali a suo carico, qualora ci fossero degli impegni concomitanti legati alla sua carica. Dunque chi vota SI, vota per impedire che l’imputato possa anche solo chiedere il permesso di fruire del legittimo impedimento. A prescindere dal merito della questione, cioè se sia giusto o no che questi imputati possano chiedere l’autorizzazione ad assentarsi, il problema è che, a mio avviso, la quasi totalità delle persone crede che sia ancora in vigore la vecchia legge, e dunque non è in condizioni di votare secondo la propria coscienza (“conoscere per deliberare”). Anche in questo caso non posso che auspicare il non raggiungimento del quorum.

Certo, queste considerazioni sono una grossa amarezza per un radicale convinto sostenitore dei referendum quale sono io. Tuttavia forse non tutto il male viene per nuocere. Come diceva G. C. Lichtenberg, “non si può portare la fiaccola della verità tra la folla senza bruciare qua e là una barba o una parrucca”.

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