C’e’ un’italia che sa alzare la testa

IL PICCOLO (Trieste) 14/10/2012 – C’E’ UN’ITALIA CHE SA ALZARE LA TESTA

di PAOLO POSSAMAI

«Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che ho io, verso il paese, si chiami Italia o si chiami Europa. Riuscirai benissimo, ne sono certo, perchè sei molto brava e perchè i ragazzi sono uno meglio dell’altro». Abbiamo appena letto un brano della lettera che Umberto Ambrosoli, nominato nel ’74 liquidatore della Banca Privata di Michele Sindona, scrisse alla moglie nel ’75 e dunque quattro anni prima che, nella notte tra l’11 e 12 luglio ’79, fosse assassinato da William Aricò, sicario assoldato da Sindona stesso. Ambrosoli non era un eroe, piuttosto un uomo che credeva fermamente di non potere non interpretare con coscienza la propria parte, ogni giorno. E fu dunque ucciso perché dinanzi al bancarottiere Sindona, con il suo stuolo di mafiosi e piduisti, di politicanti spesso ministri e magistrati venduti, voleva tutelate Diritto e decenza. Il figlio Giorgio, avvocato pur esso, in un saggio di recente uscita sulla rivista di studi giuridici “Iustitia”, condensa nel titolo il senso del testimone ricevuto: Determinare la politica attraverso la normalità dell’impegno quotidiano. SEGUE

Mi sono imbattuto nella vicenda di Ambrosoli qualche giorno fa, dovendo presenziare a un incontro pubblico con Giorgio e con Silvia Giralucci, figlia di Graziano, segretario Msi di Padova, prima vittima delle Brigate Rosse nel 1974. Ambrosoli e Giralucci sono, ciascuno a suo modo, nomi evocativi e simbolici degli Anni di piombo, entrambi autori di un libro sulla vicenda del proprio perduto genitore. Carlo Azeglio Ciampi, nella prefazione al libro dedicato al liquidatore della Banca Privata sostiene che “quel colpo sparato ad Ambrosoli era destinato al cuore dello Stato, inscrivendosi l’episodio in un clima inquietante e torbido di intrecci tra malavita e forze eversive, che puntavano alle istituzioni con un disegno destabilizzante non dissimile, nei suoi esiti, da quello perseguito dal terrorismo, dalla lotta armata». Non sono meno plumbei i nostri giorni. Sono assai differenti dagli insanguinati anni ’70. Ma non sono meno drammatici, meno segnati da scoramento e profondo disorientamento. In tempi tanto cupi, occorre riandare alla memoria delle tante figure esemplari che ci hanno consegnato in comune eredità l’Italia: parliamo di Patria in quanto l’abbiamo ricevuta dai padri. Padri nobili, come appunto il servitore dello Stato Ambrosoli.

Tempi in cui siamo chiamati a distinguere, a scegliere e a prendere ciascuno il suo pezzo di responsabilità. Per parte mia, tra Giulio Andreotti che definiva Ambrosoli come “uno che se le andava a cercare” e per esempio Ciampi, non ho dubbio alcuno. E non ho dubbi nemmeno sul fatto che l’Italia saprà risollevare la politica dal letamaio indegno in cui è precipitata. A patto che chi esercita la politica per servizio sappia manifestare e praticare nei fatti la propria differenza rispetto alla schiera di banditi e approfittatori che l’hanno insozzata e tuttora l’ammorbano. Per esempio, appare indispensabile e urgente l’anagrafe degli eletti e dei nominati: devono essere messi on-line il curriculum e lo stato patrimoniale, il compenso e la eventuale compresenza di cariche per tutti coloro che siedono in assemblee elettive ma anche di coloro che rivestono funzioni di amministratori di aziende pubbliche. Tutti. E chi non lo fa, chi non accetta questo semplice principio di trasparenza, posto che vuole nascondersi dal cittadino che è sovrano in democrazia, dovrebbe semplicemente decadere dalla carica. Propongo un altro esempio. Lo scandalo del Consiglio regionale del Lazio ha senza dubbio un protagonista, che si chiama Franco Fiorito, ma accanto a lui troppi del suo partito e della cosiddetta opposizione – salvo i radicali – hanno come minimo taciuto.

Un altro esempio: possibile che nessuno a palazzo sapesse che il presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia, Edouard Ballaman, se ne andava con l’auto blu pure dal dentista e a spasso con la fidanzata? Tanti sapevano e hanno taciuto, loro solo sanno perché. Occorre poi, a risollevare le sorti d’Italia, che ogni cittadino riscopra e viva nel quotidiano il senso della sua responsabilità etica e civile. Mi ha colpito una frase di Silvia Giralucci, ragionando qualche giorno fa a proposito del fatto che, negli anni ’70, era diventata “normale” la lotta politica per via violenta, con occupazioni, scontri, gambizzazioni. Dice Giralucci che non era l’unico modo, che esiste sempre una libertà di interpretare e di non lasciarci assuefare dal pensiero corrente. Se penso ai giorni nostri, direi che non ci possiamo permettere di cedere al cinismo del “così fan tutti” o di considerare che “inevitabilmente” tutti i partiti rubano. Al contrario: se come ci ammoniva Tommaso d’Aquino “militia est vita”, non dobbiamo cedere le armi. Dimenticavo: l’incontro pubblico di cui vi ho parlato, convocato dalla Fondazione Zoè, era intitolato “Il respiro del domani”. Respiro che possiamo ritrovare pensando a chi ha fatto grande questo Paese, nella ricostruzione post bellica, nel superamento degli Anni di piombo o dinanzi al fallimento incombente dei primi anni ’90.

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